CONTRO GLI STEREOTIPI DI GENERE… USA LA LINGUA!

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne,  il Coordinamento Donne Fisac Piemonte, insieme a CGIL Torino ha deciso di approfondire il tema del linguaggio in un’ottica di genere nei diversi ambiti vicini alla nostra attività quotidiana.
Negli scorsi anni, e soprattutto nell’ultimo, abbiamo più volte denunciato come la violenza, le discriminazioni e il sopruso siano stati agiti nel contesto pubblico e politico proprio attraverso l’utilizzo di un linguaggio aggressivo e denigrante che sempre più spesso  colpisce le donne e i loro corpi.
Per offrire un confronto sul tema, analizzandolo da diversi punti di vista, è stato  organizzato il seminario “Contro gli stereotipi di genere…usa la lingua!”  patrocinato dal Centro Interdisciplinare di ricerche e studi delle donne dell’Università degli Studi di Torino.

Al seminario parteciperà con un intervento  anche un’esponente dell’Esecutivo del Coordinamento Donne Fisac Nazionale.

CONTRO GLI STEREOTIPI DI GENERE…
USA LA LINGUA!

26 NOVEMBRE 2019
dalle 14,30 alle 17,30
Palazzina Einaudi – aula 5
corso Regina Margherita 60, Torino

Inoltre, nella medesima giornata alle ore 11,00 presso l’Ipercoop  Parco Dora di via Livorno 49,  la Camera del Lavoro e la Fisac Torino/Piemonte organizzano la visita guidata  alla Mostra d’Arte del progetto artistico dell’Associazione Artemixia “Rosso Indelebile” sulla violenza di genere.

Questo progetto, che  dal 23 novembre al 7 dicembre 2019, in diversi luoghi di Torino e, dal 17 al 18 gennaio 2020, a Moncalieri,  farà da contenitore a momenti di approfondimento, conferenze e incontri finalizzati alla sensibilizzazione e informazione della cittadinanza sul tema del contrasto alla violenza sulle donne, con il patrocinio di Regione Piemonte, del Consiglio regionale Piemonte, di Città di Torino e delle Circoscrizione I, III, IV e VI.
Il programma e la descrizione del progetto, oltre che alcune anticipazioni, sono tutte già disponibili sul sito: https//rossoindelebile.it/.

Siete tutte e tutti invitati a partecipare e dare massima diffusione alle iniziative:  visita guidata (appuntamento ore 11,00 Ipercoop Parco Dora, via Livorno 49 Torino) e  seminario (appuntamento ore 14,30 Palazzina Einaudi, aula 5, corso Regina Margherita  60, Torino)

Cari saluti

COORDINAMENTO DONNE FISAC PIEMONTE

SEGRETERIA REGIONALE FISAC PIEMONTE

“MUTA LA PELLE DEL MONDO” slow mob domenica 31 marzo a Torino

Domenica 31 marzo alle 16,30, nel centro di Torino, Associazione Artemixia, promuove “Muta la Pelle del Mondo”, slow mob aperto al pubblico in memoria dei migranti morti nel Mar Mediterraneo, una camminata lenta e muta, patrocinata dalle Circoscrizioni di Torino 1 e 4.

Chi vorrà partecipare è inviato a vestirsi, possibilmente, con colori scuri, il ritrovo sarà in Piazza Castello  dove verrà consegnata a ciascun partecipante, una benda da mettere sulla bocca. Il corteo attraverserà lentamente via Roma per finire in Piazza San Carlo.

Per leggere il comunicato stampa completo, fai click  qui

Lo slow mob si inserisce  all’interno di un percorso di sensibilizzazione e di recupero di una narrazione che privilegi la dignità ed il rispetto nei confronti dei tanti esserei umani che lasciano la propria casa muniti solo delle proprie speranze. Questo percorso è iniziato con la mostra della collettiva d’Arte Contemporanea “Di Speranze in Viaggio” alla cui anteprima (svoltasi al teatro Astra lo scorso 6 marzo) è stato presentato il monologo “Due gocce nella polvere” del giovane artista africano richiedente asilo  politico, Alassane Conde.

L’Associazione di promozione sociale Artemixia promuove l’arte in tutte le sue svariate forme, ispirandosi all’idea di cultura come fatto pubblico e collettivo, come in bene di carattere sociale, che concorre alla crescita civile di tutta la comunità.

Vi invitiamo a partecipare!

FISAC CGIL PIEMONTE

 

SIAMO QUELLO CHE DICIAMO Sessismo linguistico e stereotipi di genere

  • Signora maestra, come si forma il femminile?
  • Partendo dal maschile: alla “O” finale si sostituisce una “A”
  • Signora maestra, e il maschile come si forma?
  • Il maschile non si forma, esiste.

 “Diotima. Il pensiero della differenza sessuale”

Le parole sono pietre, scriveva Carlo Levi.

Le parole corrispondono alla realtà, o dovrebbero.

Al linguaggio viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà e, quindi, anche dell’identità di genere maschile e femminile: è perciò necessario che sia usato in modo non sessista e non privilegi più, come succede da secoli, il genere maschile né tantomeno continui a tramandare tutta una serie di pregiudizi negativi nei confronti delle donne, ma diventi rispettoso di entrambi i generi.

Per secoli la lingua è stata governata da un principio androcentrico: l’uomo è stato il parametro attorno al quale si è organizzato l’universo linguistico. Pensiamo banalmente ad alcune espressioni come “gli uomini della preistoria”, “la storia dell’uomo”, “i diritti dell’uomo”.

A partire dagli anni ’70 i movimenti femministi cominciano ad acquisire la consapevolezza dell’androcentrismo linguistico, lo studio del linguaggio sessista inizia ad avere peso e a fare notizia, ed il movimento femminista fa sentire le proprie rivendicazioni in favore di un linguaggio meno discriminatorio.

L’Italia è arrivata con notevole ritardo (rispetto agli altri paesi occidentali) su questo tema: è solo del 1987 la pubblicazione de “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini, testo fondamentale che analizza il fenomeno del nostro Paese; nel 2009 in risposta ad un appello uscito su alcuni quotidiani “Per una Repubblica che ci rispetti” che aveva fatto registrare l’adesione di un alto numero di donne è stato organizzato a Roma un convegno dal titolo “Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole”. Curioso, eloquente e ridicolo il modo in cui sui media tale evento è stato riportato: “Tra le altre, sono invitate all’incontro il direttore del Tg3, Bianca Berlinguer, il presidente del PD Rosy Bindi, il segretario confederale della CGIL Susanna Camusso, il direttore de “L’Unità” Concita De Gregorio, il direttore de “L’Espresso” Daniela Hamaui, il direttore del “Secolo d’Italia” Flavia Perina, il segretario generale della UGL Renata Polverini, la scrittrice Lidia Ravera e il presidente della FNSI Lucia Visca”.

Cosa significa tale uso pubblico della lingua che spesso produce confusione e, come abbiamo visto, talora rasenta il ridicolo? In che misura si inserisce in una più generale prevalenza di atteggiamenti sessisti che caratterizzano la scena pubblica del nostro Paese? Si può fare qualcosa per opporsi?

Il problema fondamentale del sessismo linguistico è l’occultamento della donna, dalla sua invisibilità e della valutazione a senso unico di ciò che è maschile, poiché l’unico modello socio culturale riconosciuto è quello del maschio, ovvero del maschio eterosessuale.

Come può essere maschilista l’utilizzo della lingua? Per esempio usando il genere maschile plurale per parlare anche di soggetti femminili (esempio: i diritti dell’uomo, gli uomini della preistoria, la storia dell’uomo, come ricordavamo all’inizio del nostro testo), oppure nell’utilizzo di termini istituzionali e di potere declinati solo al maschile e non al femminile (il deputato, il ministro, il sindaco, l’avvocato, il magistrato, etc). In Italia la difficoltà di designare con sostantivi femminili le donne, soprattutto quando ricoprono ruoli o svolgono professioni di prestigio, è evidente. Eppure la nostra lingua ci offre tutti gli strumenti del caso! Il fatto che fino alla metà del secolo scorso molte professioni fossero pressoché precluse alle donne può spiegare il motivo delle declinazioni maschili delle professioni. Meno si spiega, invece, come mai ancora oggi gran parte delle donne preferisca la designazione maschile (nell’attuale governo sono 5 le donne ministre su 18, nessuna delle quali utilizza il termine “ministra” ma preferiscono essere chiamate “ministro”).

È poi presente un’asimmetria semantica, un prestigio ed autorevolezza accordato ad un termine maschile ma non al corrispettivo femminile (esempio “maestro” indica un’autorità in un determinato campo, o una guida spirituale, “maestra” definisce l’insegnante di scuola elementare; “il governante” indica chi governa ed è alla guida di un Paese, “la governante” indica una collaboratrice domestica; “segretario” si riferisce a persone che ricoprono ruoli di potere legati alla vita pubblica – segretario di partito, di un sindacato, di un’associazione, delle Nazioni Unite -, “segretaria” descrive un ruolo subordinato e non dirigenziale e fa riferimento ad attività impiegatizia, amministrativa, etc).

La scarsa cultura per una lingua di genere è poi evidente su un’altra particolarità: per quale motivo (soprattutto in politica) mentre l’uomo viene designato con il solo cognome (Salvini, Di Maio, Renzi), la donna vede spesso precedere il suo nome dall’articolo “la” (la Boldrini, la Bonino, la Carfagna)?

Se imparo una parola, imparo anche l’idea che sta dietro ad essa: la grammatica italiana ci dà tutti gli strumenti per nominare il femminile, se noi occultiamo la parola femminile, ne occultiamo anche l’idea.

La lingua non solo manifesta, ma condiziona il nostro modo di pensare: essa incorpora una visione del mondo e ce la impone. Siamo noi ad essere parlati dalla nostra lingua, anziché essere noi a parlarla. L’uso del maschile generico è davvero tale o nasconde le donne dietro un uso del linguaggio che è retaggio di una cultura maschilista? Su questo argomento è stato fatto un interessante esperimento: è stato fatto leggere un articolo giornalistico in cui si descrive una nuova tecnica neurochirurgica sperimentata da due medici, una donna ed un uomo. Nell’articolo in questione l’unico indizio che permette l’identificazione sessuale dei due medici è il nome personale, in tutto il resto dell’articolo viene utilizzato il maschile plurale generico. Il nome dei due medici è stato cancellato e l’articolo è stato fatto leggere a 20 donne e 20 uomini. Dopo la lettura è stato chiesto al campione di lettori di identificare il sesso dei due medici: il 95% del campione (sia uomini che donne) ha risposto che entrambi i medici erano uomini; dopo aver mostrato alcune foto (5 foto di medici maschi e 5 di femmine) la percentuale è cambiata: in questo caso il 40% delle donne ed il 20% degli uomini ha risposto che tra i due medici poteva esserci una donna!

La più importante istituzione che dovrebbe portare avanti una sorta di “liberazione” dagli stereotipi sessisti nell’utilizzo della lingua dovrebbe essere la scuola e lo strumento chiave da cui partire dovrebbero essere i libri di testo. Purtroppo questo non avviene come viene dimostrato da diverse ricerche in questo campo.

L’ipotesi da cui si muovono questi studi è che i libri di testo debbano offrire una immagine realistica della società e suggerire a bambine e bambini una varietà di modelli, di situazioni da cui attingere per costruire un’immagine coerente di sé e del mondo esterno in modo da predisporsi al cambiamento, alla trasformazione dei ruoli, alla mobilità sociale.

Accanto ad alcuni lodevoli sforzi, è invece prevalente una tendenza all’immobilismo e alla mancanza di realismo nella rappresentazione del mondo del lavoro, nel linguaggio e soprattutto nell’attribuzione dei ruoli e delle mansioni che vede le donne relegate nelle posizioni tradizionali secondo cliché desueti.

Un quadro molto chiaro lo si ricava da un’indagine realizzata da Irene Biemmi (ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Firenze) sui testi per la quarta elementare delle maggiori case editrici italiane. Secondo i risultati di questa ricerca il genere femminile è sotto rappresentato: ogni 16 protagonisti uomini ci sono 10 donne. Le donne poi vengono caratterizzate da aggettivi come: pettegole, invidiose, smorfiose, affettuose, apprensive, premurose, pazienti, tenere, vergognose, servizievoli, comprensive, docili. Tra gli aggettivi riferiti esclusivamente al genere maschile si trovano: sicuro, coraggioso, serio, orgoglioso,  onesto, ambizioso, minaccioso, pensieroso, fiero, duro, generoso, egoista, iroso, saggio, audace, libero. Tra i protagonisti maschili il 70% lavora (contro il 56% delle donne) e ha 50 diverse professioni (tra cui re, cavaliere, marinaio, medico, scienziato, mago, ingegnere, direttore d’orchestra). Tra i personaggi femminili le professioni sono 15 di carattere prevalentemente domestico e quasi del tutto slegate dalla realtà (la maestra è la professione più frequente, ma ci sono anche strega, principessa, fata, casalinga).

La scuola in Italia continua così a tramandare modelli rigidi e fuori tempo, sulla base delle quali le bambine ed i bambini formeranno le loro rispettive identità di genere e le loro relazioni.

Come ha affermato Giuliana Giusti, docente di glottologia e linguistica a Ca’ Foscari a Venezia, “dato che il linguaggio è un codice  inconscio che permea la nostra percezione della realtà dai primi giorni di vita, possiamo immaginare la potenza devastante che potrebbe avere un lessico dove le funzioni alte sono al maschile e le corrispondenti funzioni basse al femminile nella costruzione dell’identità di genere in Italia, un’identità già minata da ogni tipo di linguaggio non verbale”.

Se noi donne per prime cominciassimo a riconoscerci con un’identità femminile nel mondo del lavoro e nella definizione delle professioni, avremmo già compiuto un passo in avanti per scardinare, anche attraverso il linguaggio, l’atavica subalternità dei ruoli, perché la lingua non è neutra ed il suo uso non è innocente.

COORDINAMENTO DONNE FISAC CGIL PIEMONTE

TEATRO ASTRA 6 MARZO 2019: SPETTACOLO TEATRALE “DUE GOCCE NELLA POLVERE” E MOSTRA ARTE CONTEMPORANEA “DI SPERANZE IN VIAGGIO”

La Fisac CGIL Torino e Piemonte è lieta di invitare le proprie iscritte ed iscritti a due importanti eventi culturali che avranno luogo il 6 marzo 2019 a partire dalle ore 20 presso il Teatro Astra (Via Rosolino Pilo 6 torino): lo spettacolo teatrale DUE GOCCE NELLA POLVERE e la Collettiva d’Arte Contemporanea DI SPERANZE IN VIAGGIO.

Lo  Spettacolo DUE GOCCE NELLA POLVERE è uno spettacolo teatrale  autobiografico di Alassan Conde, ragazzo africano richiedente asilo e facente parte del progetto teatrale di accoglienza Black Fabula, formazione di teatro-danza creata nell’aprile 2015, diretta da Beppe Gromi, inizialmente composta da dieci giovani richiedenti asilo provenienti da diversi paesi africani e sostenuta dalle associazioni Fabula Rasa Onlus, M.O.V. Moderne Officine Valsusa e dal Comune di Almese che nel gennaio 2015 accolse 51 richiedenti asilo.

Alassan Conde è un ragazzo di 25 anni con un grande talento nella danza, nel teatro fisico e nel teatro d’attore.

Il testo è dello stesso Alassan Conde e di Beppe Gromi, regista dello spettacolo, direttore artistico della compagnia Fabula Rasa nonché ideatore e curatore del progetto Black Fabula

Le coreografie sono della danzatrice e coreografa Debora Giordi.

È ricca d’esperienze la giovane vita che Alassan racconta con lo sguardo, la voce e il corpo in movimento, la danza.

Alassan nasce in Guinea Conakry nel 1993. Il primo respiro al lato della strada del mercato condiviso con un altro Alassan, “goccia gemella” che la polvere asciugherà nel tragitto verso casa, segna una contiguità tra vita e morte che tornerà ancora e ancora…

In scena un attore ed un pallone, quello dei giochi d’infanzia, delle infinite partite tra ragazzini, dei sogni di una vita da campione che si trasforma via via nel mondo dalle inaspettate strade d’ombre e di luce.

Dopo un’infanzia e un’adolescenza “come tante” in cui riecheggiano nella lingua natia le voci della madre saggia e rigorosa e delle care sorelle accanto ai suoni del francese e dell’arabo studiati a scuola, in un giorno dei suoi vent’anni Alassan cammina nella polvere solo, sanguinante, confuso e senza più nulla a cui ritornare.

Sa che deve andare via, unica compagna la vivida memoria del nonno, guerriero imbattibile, veloce come il vento, anch’egli scappato dal paese d’origine per sfuggire alla violenza. Il viaggio verso l’ignoto inizia grazie ad un camionista che lo raccoglie e lo porta al confine, lo consiglia e aiuta.

Seguiranno altri confini evocati in un crescendo denso di immagini, suoni e silenziperchè non di tutto si può dire, nel profondo resta “qualcosa che non trova pace neanche quando rido”, fino all’approdo a Siracusa e poi in Piemonte. Una nuova lingua da imparare, una nuova casa, il Teatro, con la cassetta degli attrezzi dell’attore e tanto studio e presenza, passione, prove e prove…

Per riconoscersi attraverso nuove parole, per comunicare e testimoniare la resilienza.

Tante sono le vite che si riflettono negli occhi di Alassan. Vite passate, di oggi e di domani, giacché la vita di noi esseri umani è storia di viaggi e migrazioni da sempre. Lo spettatore ne è coinvolto a livello dei sensi, della mente e del cuore. Lo spettacolo in cui la verità dell’esperienza e il “gioco” del teatro, mai fine a sé stesso, si rispecchiano ed armonizzano ci lascia il dono prezioso dell’autenticità.

“Che bello quando i bambini possono fare i bambini e basta” è una frase importante dello spettacolo. Alassan avrebbe voluto giocare e sognare il futuro sul campo di calcio e il suo racconto ha in buona parte la forma di un pallone che rimbalza e ad ogni rimessa in gioco rivela imprevisti, ricordi e nuove emozioni.

Una difficile prova attoriale per un ragazzo che affronta un testo in lingua italiana dopo solo tre anni di permanenza nel nostro Paese. Attraverso la scrittura e la recitazione di questo spettacolo, Alassan mette in atto un gesto intimo salvifico e riprende in mano la propria vita. È un atto di riconquista del proprio essere, è come rinascere per dare voce a tutte le voci che non potranno raccontare la loro storia. Un atto d’amore per la vita e un invito alla resilienza, ancora più difficile e significativo se pensiamo alla situazione attuale del nostro Paese.

“Due gocce nella polvere” è un concerto di emozioni che nascono dallo sguardo del suo protagonista e si riversano sul pubblico come filamenti di paesaggi interiori, creando un’atmosfera emotiva molto densa e tessendo una trama narrativa che investe lo spazio scenico con delicatezza e verità.

Spensieratezza e tragedia, voli e cadute, amori e amicizie, sogni e paure fino a quando ti manca il fiato e devi ridisegnarti la vita, innestando le radici in un nuovo terreno che è spesso troppo arido e impenetrabile.

 

LAVORARE SENZA PAURA

                                                                                      Tra qualche giorno sarà il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema. 

Le Nazioni Unite definisco la violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza contro le donne che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali, psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione e la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”.

 Purtroppo anche quest’anno i dati italiani riguardanti la violenza contro le donne sono allarmanti:

 ogni 60 ore una donna viene uccisa.

 Nonostante i proclami del Ministro degli Interni, l’emergenza sicurezza nel nostro Paese non è rappresentata dai furti e rapine perpetrati dagli stranieri, reati in netta e costante diminuzione negli ultimi anni su tutto il territorio nazionale (nell’ultimo anno gli omicidi sono scesi del 14%, i furti del 9%, le rapine dell’11%, delitti in costante calo negli ultimi 5 anni).  

     La vera emergenza sono gli oltre 130 femminicidi che ogni anno si consumano nei contesti familiari ad opera di mariti, partner, ex.

 Questo dato spaventoso è lo specchio di un Paese in cui essere donna comporta un rischio altissimo, soprattutto nel contesto familiare che dovrebbe essere il luogo più protettivo e sicuro.

 Non sarebbe ora di dare la priorità alle donne cercando di estirpare una cultura maschilista che spinge ancora un italiano su sei ad attribuire alla vittima la responsabilità della violenza subita (sia essa fisica, sessuale, psicologica), a superare la logica del possesso che porta il 90% delle donne uccise, a morire per mano del proprio compagno?

 Ciò che è certo è che il crimine è in calo, mentre la violenza di genere, in proporzione, aumenta.

 Mentre quasi quotidianamente si rilanciano notizie di stupri perpetrati da stranieri, ci si dimentica che oltre l’80% dei casi di violenza sessuale è commessa da un italiano, e che oltre 6 volte su 10 è il partner o l’ex partner a commettere questa violenza.

Di che provenienza è chi ha ucciso donne del 2017:

Se nella vita privata, la condizione delle donne in Italia non è buona, anche nel mondo del lavoro la situazione è tutt’altro che confortante: secondo i dati Istat l’ambiente di lavoro continua ad essere il posto in cui si ricevono ricatti, apprezzamenti pesanti, molestie sessuali.

 Secondo questi dati sono quasi 9 milioni (8 milioni e 816 mila) le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale sul lavoro, 3 milioni e 118 mila delle quali negli ultimi 3 anni.

Ma non basta: secondo l’Istat 1 milione e 173 mila donne sono state vittima di ricatti sessuali sul luogo di lavoro per essere assunte, per mantenere il posto di lavoro o per ottenere progressioni nella carriera.

 La grande maggioranza delle vittime (69,6%) ritiene molto, o abbastanza grave il ricatto subito, ma nonostante questo nell’80,9% dei casi le vittime non ne hanno parlato con nessuno sul posto di lavoro.

Quasi nessuna, inoltre, ha denunciato quanto accaduto alle forze dell’ordine.

I motivi per i quali le vittime di molestie non denunciano sono molteplici: non solo per sfiducia, ma anche per paura di essere giudicate e, non di rado, per paura delle conseguenze dell’atto di denuncia. Si ha paura non soltanto per le conseguenze che il molestatore (frequentemente il datore di lavoro o un superiore) può agire (licenziamento, trasferimento, mobbing), ma molto spesso anche delle reazioni del proprio partner quando viene a conoscenza delle molestie. Il timore delle reazioni del partner può essere duplice: paura che il proprio compagno abbia reazioni violente nei confronti del molestatore, ma anche del giudizio negativo nei confronti della donna (“cosa hai fatto per provocarlo?”).

 Nella nostra attività di sindacaliste, nel territorio piemontese, ci è capitato di venire a conoscenza di diversi casi di molestie nel lavoro:

Anna (nome di fantasia) è una dipendente di una banca di piccole dimensioni, dopo aver girato per parecchie agenzie, è finalmente riuscita ad ottenere il trasferimento vicino a casa.

Qualche tempo fa è stata convocata dal Capo Area per un colloquio, al quale era presente anche il suo Direttore di Agenzia. Dopo aver parlato della situazione lavorativa, il Capo Area le ha fatto una pesante avance sessuale: se non si fosse concessa, l’avrebbe fatta trasferire.

Incredula di ciò che aveva sentito, con il suo diretto superiore presente che nulla ha trovato da eccepire, Anna è ritornata a casa. Quella notte non ha dormito: ovviamente non avrebbe mai accettato questo ricatto, ma non sapeva come reagire: con chi si poteva confidare? Come l’avrebbero giudicata i colleghi? Che reazione avrebbe avuto suo marito?

Anna ha deciso di parlare con noi, ma di non denunciare l’accaduto con l’azienda.

Rispettando la volontà di Anna nel rimanere anonima, il sindacato è intervenuto in quell’azienda. Anna non è stata trasferita, non ha mai raccontato nulla a suo marito.

 Barbara (nome di fantasia) lavora da 15 anni presso un’Agenzia di Assicurazione dove sono presenti altre 6 dipendenti, tutte donne. Il suo capo è il suo datore di lavoro e, negli ultimi tempi, gli atteggiamenti sono diventati pericolosamente aggressivi: “Ho sempre lavorato con attenzione, ma ho fatto un errore. Può capitare a tutti di sbagliare, soprattutto quando i carichi di lavoro sono impegnativi. Non appena mi sono accorta dell’errore che avevo commesso, mi sono rivolta al mio capo, per avvisarlo, ma anche per trovare una soluzione. La sua reazione mi ha spaventata: oltre a gridare che ero un’incapace, ha dato un vigoroso pugno ad un’anta di un armadio, lasciando un segno evidente.

La prossima volta il pugno non lo do all’armadio ma alla tua faccia! Mi ha gridato queste parole guardandomi negli occhi, sicuro che non ci sarebbero state conseguenze: lui è il mio datore di lavoro, se mi lamento mi licenzia ed io dove trovo un altro posto? Sono separata ed ho due bambini, non mi posso permettere di rimanere a casa”

 Paola (altro nome di fantasia) lavora per un importante gruppo bancario e si occupa di consulenza finanziaria. “Ad onor del vero, non ho mai subito violenze o molestie sessuali da parte di miei colleghi o superiori. E’ vero però che di battute a sfondo sessuale ne ho ricevute, ma, sebbene mi abbiano sempre infastidita, non ho sentito la necessità di segnalare la cosa.

Il disagio che provo è un altro: oltre alle continue pressioni commerciali (sempre più pressanti) che ormai quotidianamente ci opprimono facendoci sentire molto spesso inadeguati, è da tempo che dobbiamo affrontare e contenere aggressioni verbali, a volte minacce di violenze  fisiche da parte di clienti insoddisfatti. E’ vero che c’è stato un imbruttimento generale nei rapporti umani nel nostro Paese, ma questi atteggiamenti violenti ed intimidatori sono più marcati contro le donne: mi è successo di dover comunicare che un prestito non fosse stato accettato: Puttana, non capisci niente, ti aspetto fuori e ti faccio la festa , torna a casa a fare la calza mi ha urlato il cliente, ed ha continuato ad inveire con epiteti simili fino a quando è intervenuto in mia difesa un collega maschio. Il cliente è stato accompagnato fuori, si è calmato e si è scusato con il mio collega, non con me!

Non voglio avere un uomo che mi faccia da guardia del corpo, ho diritto ad essere rispettata!”

 

 Se sei vittima di molestie sul lavoro, se sei testimone di episodi di violenza o molestia, non tenerti tutto dentro, contattaci, raccontaci cosa hai vissuto o cosa hai visto.

 Cercare di rompere il muro della paura, uscire dall’isolamento del silenzio significa rivendicare il diritto ad un lavoro dignitoso. Non è semplice, lo sappiamo molto bene.

 I preoccupanti dati che dicono che le vittime di molestie sul posto di lavoro non si confidano con nessuno hanno portato i Sindacati Confederali in Piemonte ad interrogarsi sul ruolo che i sindacalisti e le sindacaliste devono avere per sostenere tutti coloro che subiscono questa forma di violenza.

 Per questo motivo è iniziato un percorso formativo “Antenne sindacali contro la violenza di genere nei luoghi di lavoro” che coinvolge rappresentanti sindacali e RLS (Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), il cui scopo è dare strumenti utili per sconfiggere l’omertà, la sottovalutazione del problema e dare strumenti per affrontare queste tematiche.

 La Regione Piemonte, attraverso la Commissione Regionale Pari Opportunità e alla Consigliera di parità regionale, collabora a questo progetto.

 L’obiettivo è quello di far riconoscere gli abusi, fare in modo che questo tipo di violenze sia considerato alla stessa stregua degli altri fattori di rischio nel lavoro, avere delegati e delegate preparate anche in questa materia.

 L’obiettivo è ambizioso perché si deve lavorare per cambiare questa mentalità, combattere il senso di colpa e di vergogna che ancora troppo spesso avvolge chi subisce violenza.

 

COORDINAMENTO DONNE FISAC CGIL PIEMONTE

 

 

FERMIAMO IL DDL PILLON

Il Disegno di Legge (Ddl) nr 735 su “affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”,  è meglio conosciuto come Ddl Pillon, dal cognome del senatore leghista primo firmatario e relatore di tale ipotesi legislativa.

L’obiettivo dichiarato di questo disegno di legge è quello di modificare alcuni (e importanti) fondamenti del Diritto di Famiglia in caso di separazione ed è fondato su quattro pilastri cardine: la mediazione civile obbligatoria (e a pagamento); la cosiddetta bigenitorialità perfetta  cioè tempi paritetici per entrambi i genitori; il contrasto all’alienazione parentale; il  mantenimento diretto  (dei figli) senza automatismi.

Di seguito cerchiamo, in maniera molto sintetica, di illustrare in cosa consista questo disegno di legge, facendo così emergere i motivi per i quali è contestato e del perché riteniamo debba essere assolutamente ritirato.

Veniamo al primo punto, la mediazione civile obbligatoria: la separazione sarà possibile solo se nei 6 mesi precedenti si sia fatto ricorso alla mediazione (privata e a pagamento). Scopo della mediazione è salvaguardare l’integrità della famiglia, non rispettando quindi la volontà di due persone (adulte e consapevoli). Il mediatore deve praticamente convincere la coppia a non separarsi.  Solo nel caso in cui, secondo il parere del mediatore (la cui formazione e competenza non è certificata), la mediazione fallisse, si potrà procedere con la separazione. Questa pratica diventerebbe obbligatoria senza deroga alcuna, dovrà quindi essere agita sia dalle coppie che consensualmente decidono di porre fine alla propria unione, sia nei casi di violenza domestica. Ma la violenza non è mediabile, come  sottolinea anche la Convenzione di Istanbul (ratificata dal Parlamento Europeo nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, diventando così Legge dello Stato).

Come accennato in precedenza, la mediazione obbligatoria sarà a pagamento e non sarà possibile accedere all’istituto del gratuito patrocinio.

Cosa potrà fare chi non si potrà permettere di sostenere i costi della mediazione?

Facilmente desisterà nel richiedere la separazione.

In caso di violenza domestica, cosa succederà in questo periodo di sei mesi precedenti la separazione?

Purtroppo, i dati dicono che vi è una pericolosa escalation di violenza quando la parte maltrattante viene a conoscenza della volontà di interrompere la relazione, escalation che purtroppo non raramente arriva anche agli atti estremi del femminicidio.

Il senatore Pillon, già animatore del Family Day, è uno dei portavoce delle principali battaglie dell’integralismo cattolico, si è pubblicamente e ripetutamente espresso a favore del matrimonio indissolubile.

E’ un mediatore civile.

 

Bigenitorialità perfetta: in caso di separazione, in presenza di figli minori, viene stabilito in maniera rigida e non negoziabile che i figli debbano passare la stessa quantità di tempo tra i due genitori (almeno 12 giorni al mese), indipendentemente da quanto fosse il tempo che entrambi i genitori dedicavano ai propri figli prima della separazione e senza tener conto degli impegni lavorativi. Nella premessa alla legge, viene dichiarato che l’applicazione dell’affido condiviso è stata in Italia un fallimento e che la normale prassi sia quello dell’affido esclusivo alla madre.

La realtà dei fatti è però notevolmente diversa: dal 2006, anno in cui è stato introdotto in Italia, l’affido condiviso rappresenta, nell’87% delle separazioni, la metodologia di affido dei minori. Il risultato dell’affido condiviso è stata la diminuzione della conflittualità tra le parti di circa il 30% poiché prevede di incentivare la relazione con il genitore che ha cambiato casa, dando comunque priorità alla serenità e all’equilibrio dei minori. L’affido esclusivo alla madre rappresenta solo l’8,9% dei casi . (Dati Istat riferiti al 2016)

Nel disegno di legge proposto i minori passano da essere soggetti ad oggetti, proprietà sulle quali i genitori vantano dei diritti di possesso; il loro benessere non viene salvaguardato, avendo indicazioni rigide e prestabilite. Non si terrà conto della peculiarità di ogni separazione  e di ogni minore: i desideri ed i bisogni dei figli di età inferiore ai 12 anni verrebbero completamente ignorati poiché questi bambini verranno esclusi dalla mediazione familiare.  Il bene primario per i figli che vivono il trauma della separazione è quello di non essere trattato come un pacco, mentre questo disegno di legge non tiene conto della vita quotidiana e delle esigenze dei ragazzi legate alla scuola, alle attività pomeridiane, ai rapporti con amici e parenti. In pratica l’attenzione si sposta dal benessere dei minori, alle esigenze degli adulti.

Se davvero si volesse la bigenitorialità, perché non la si favorisce durante la vita della coppia? magari incentivando, a titolo di esempio, i permessi obbligatori di paternità, che invece sembra non vengano confermati nella prossima legge di bilancio.

Mantenimento diretto: l’assegno di mantenimento per i figli viene abolito, nella evidente convinzione che tale assegno sia uno stipendio per l’ex coniuge. Ogni genitore dovrà provvedere al mantenimento dei figli per il periodo di convivenza. Non si tiene quindi conto in alcun modo della differenze di reddito tra i due genitori, con il forte rischio, tra l’altro, di alimentare ulteriormente la conflittualità.

Altro postulato del disegno di legge è porre fine allo sfruttamento economico dei padri ad opera di madri approfittatrici. Non ci si ricorda, però, il gran numero di condanne per violazione degli obblighi di mantenimento, che sono il doppio di quelle per maltrattamenti, e che l’importo degli assegni di mantenimento per i figli va dai 150 ai 600 euro circa al mese (a seconda del reddito del genitore pagante).

Vi abbiamo qui illustrato alcuni degli aspetti di questo disegno di legge che è criticato e considerato non emendabile, cioè da rifiutare completamente, da diverse associazioni di avvocati, psicologi e operatori che si occupano di famiglia e minori, da giuristi, da giudici minorili, dai centri antiviolenza, dai movimenti femministi, da alcuni sindacati (CGIL e UIL), ma anche dalle relatrici delle Nazioni Unite sulla violenza e discriminazione contro le donne che hanno scritto una lettera preoccupata al governo italiano.

Tutti questi soggetti hanno analiticamente studiato ed analizzato tutte le norme contenute in questo disegno di legge, hanno elaborato documenti, hanno promosso assemblee pubbliche con la cittadinanza, hanno indetto  iniziative e manifestazioni. Lo scorso 10 novembre, in numerose piazze italiane vi sono state manifestazioni (tutte molto partecipate) contro la presentazione di questo provvedimento legislativo.

A Torino già nei mesi scorsi, si è costituito il Comitato Torinese per il ritiro del Ddl Pillon che riunisce tutte queste associazioni; grazie a questo comitato (di cui la CGIL è parte fortemente attiva) ci sono state ad oggi due audizioni presso la Commissione Pari Opportunità del Comune di Torino. Scopo di tali audizioni è quello di presentare e far approvare al Consiglio Comunale di Torino un ordine del giorno che preveda il ritiro del Ddl Pillon.

La seconda di queste audizioni si è tenuta lo scorso 14 novembre.

A questa audizione la Cgil (e la Fisac), insieme a molte altre associazioni del Comitato cittadino, era massicciamente presente con una sua delegazione.

Mentre con  argomentazioni ineccepibili, hanno esposto le ragioni critiche le avvocate Michela Quagliano e Assunta Confente (Responsabile Commissione Famiglia e minori dell’Ordine Avvocati di Torino),  Silvia Lorenzino (Avv. centro antiviolenza Svolta Donna), Elena Petrosino CGIL, Teresa Cianciotta  UilDott.ssa Laura Recrosio (Psicologa, Consulente Tecnico del Giudice presso la magistratura minorile del Tribunale di Torino), chiedendo tutte il ritiro del disegno di legge e l’appoggio della città di Torino attraverso un Ordine del giorno in tal senso,    le consigliere di maggioranza  del Movimento Cinque Stelle presenti, non hanno espresso alcuna dichiarazione di sostanza, ma solo atteggiamenti dilatori, generiche affermazioni  ” di qualcosa da cambiare” e addirittura smargiassi attacchi al sindacato lì presente.

Per la Lega era presente il consigliere Ricca, che dopo aver dichiarato l’eventuale disponibilità del senatore Pillon a partecipare ad ulteriore convocazione se ad orario a lui consono, ha lasciato la sala.

E’ prevista una terza audizione, MERCOLEDI’ 21 NOVEMBRE ALLE ORE 11,30

In quell’occasione sarà necessaria una presenza forte e massiccia da parte di tutti, uomini e donne.

Non ci sono scappatoie, non è un disegno di legge migliorabile ed emendabile perché il progetto che c’è dietro porta ad una caduta del livello di civiltà, una frana dei diritti che coinvolgono tutti, è la negazione di conquiste sociali ed individuali che mai ci saremmo sognati di dover tornare a difendere.

Non si tratta di uno scontro donne  – uomini: questa legge penalizza tutte le persone, e, senza ombra di dubbio, aumenta le disuguaglianze, amplifica le iniquità.

E’ un provvedimento profondamente classista e maschilista, che è ben lungi dal perseguire il bene di minori, ma ha l’evidente scopo di impedire separazioni e divorzi.

Non siamo disposti a rinunciare ai nostri diritti civili.

VI ASPETTIAMO NUMEROSE E NUMEROSI IN PIAZZA PALAZZO DI CITTA’ MERCOLEDI’ 21 NOVEMBRE ALLE ORE 11,30!

 

COORDINAMENTO DONNE FISAC CGIL PIEMONTE

 

 

 

25 NOVEMBRE 2017 GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE: RIPRENDIAMOCI LA LIBERTA’

Anche quest’anno i dati sulla violenza contro le donne sono impressionanti:

in Italia sono state uccise 84 donne dall’inizio dell’anno, l’epilogo tragico molto spesso è stato preannunciato da numerosi atti di violenza; circa il 20% di questi femminicidi sono stati preceduti dal divieto di avvicinamento da parte delle Autorità contro quelli che si sono dimostrati essere aguzzini.

Sempre nel nostro Paese, nel corso della propria vita, circa 4 milioni e 500 mila donne sono state vittime di violenza sessuale.

Cosa accomuna le storie di tutte queste donne?

Oltre all’appartenenza al genere femminile, spesso non hanno null’altro in comune: alcune sono giovani, altre giovanissime, altre anziane.

Sono bionde, more, rosse, grasse, magre, povere, ricchissime, laureate, semi analfabete.

I loro persecutori, i loro assassini, sono tutti uomini e quasi sempre non sono uomini qualsiasi: sono mariti, fidanzati, ex partner,  padri,  figli.

Vi invitiamo alla visione del video che il Coordinamento Donne della Fisac Cgil Piemonte ha realizzato su questi temi.

 

 

 

La giornata dei diritti

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Dopo la raccolta firme  di questa primavera a sostegno dei tre referendum su voucher, appalti e licenziamenti, prosegue la raccolta per la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare sulla “Carta dei Diritti Universali del Lavoro”.

Oggi la Fisac insieme alla CGIL è stata impegnata nella raccolta firme a Torino.

E’ possibile firmare per la Carta dei Diritti nei banchetti, nei gazebo ed in tutte le sedi della CGIL

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Giornata Internazionale della Donna. La strada è ancora lunga

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Quest’anno, prendiamo spunto dalla ricorrenza dell’8 marzo per fare una riflessione più ampia sulle donne che lavorano. Si parla spesso di conciliazione tempi di vita/tempi di lavoro, ma cosa significa veramente? E, soprattutto, in un Paese la cui tradizione culturale non è certo quella più incline alla suddivisione dei compiti di cura, di accudimento, di gestione dei cosiddetti “lavori domestici”, che cosa è stato fatto fino ad ora e come può essere utile la contrattazione sindacale?

Abbiamo raccolto ed analizzato i dati relativi alla contrattazione di genere (ovvero, la contrattazione di accordi che tengano conto delle oggettive differenze di bisogni tra uomini e donne) in 13 aziende e gruppi bancari operanti in Piemonte, per cercare di capire quali siano i punti di maggior interesse per le lavoratrici, quali i temi su cui il sindacato è riuscito ad incidere maggiormente e quali invece gli ambiti in cui il lavoro da fare è ancora molto.

Il quadro che ne è risultato è eterogeneo, ma permette alcune riflessioni.

Innanzi tutto, appare evidente come le aziende analizzate focalizzino i loro interventi prendendo iniziative in merito al sostegno delle lavoratrici e dei lavoratori nel momento in cui diventano genitori: sono stati aperti asili nido o scuole materne aziendali, baby parking o, dove non possibile, vengono erogati contributi a sostegno del reddito delle lavoratrici e dei lavoratori che devono pagare le salatissime rette degli asili nido.

L’intervento sindacale, invece è più mirato verso la conciliazione dei tempi vera e propria: il tema degli orari di lavoro, dalla flessibilità oraria al part-time, è sicuramente quello in cui la contrattazione fa sentire maggiormente i suoi effetti. Ma con luci ed ombre: gli accordi siglati normano prevalentemente il tempo parziale, i criteri per la sua concessione, le graduatorie. Poco si è invece fatto in materia di flessibilità oraria, che invece sarebbe il vero grimaldello per scardinare un’organizzazione del lavoro che con le sue rigidità non agevola il cambiamento culturale di cui le lavoratrici italiane hanno bisogno.

Le aziende sono ancora troppo restie ad affrontare nei tavoli di contrattazione questo tema, preferendo invece la strada delle concessioni informali e delle personalizzazioni.

È compito del sindacato trovare soluzioni innovative, nuovi modelli organizzativi che migliorino il benessere lavorativo delle donne? Noi pensiamo che lo sia. È una battaglia lunga, difficile e faticosa, come tutte le lotte che affrontano modelli sociali consolidati. È una strada in salita, ma dobbiamo percorrerla. Lo dobbiamo alle nostre nonne e alle nostre madri, che hanno partecipato a lotte che sembravano ben più ardue (pensiamo al diritto di voto, al divorzio, alla legge 194,…); lo dobbiamo alle donne che verranno, per le quali dobbiamo preparare una società più equa, non bloccata da stereotipi sociali che si ripropongono dalla notte dei tempi. Ma soprattutto, dobbiamo a noi stesse un’opportunità di cambiamento e di rinnovamento culturale: ce lo meritiamo!

 

Buon 8 marzo a tutte.

 

Coordinamento Donne Fisac Piemonte

SERVIZIO DI COMPILAZIONE DEL MODELLO 730/2016

commercialista

Anche per il 2016 la FISAC CGIL di Torino, in collaborazione con il CAAF CGIL e l’Attiva Servizi, offrirà ai propri iscritti il servizio di consulenza/compilazione della dichiarazione dei redditi.

 Per utilizzare i nostri servizi potrai scegliere di:

AVVALERTI DELLA CONSULENZA GRATUITA DEI NOSTRI ESPERTI in caso di compilazione del 730 per tuo conto tramite il precompilato dell’agenzia delle entrate o del servizio eventualmente messo a disposizione dal tuo datore di lavoro. Se hai dubbi e necessiti di consulenza, potrai contattarci all’indirizzo 730fisac@gmail.com. I nostri esperti ti contatteranno (telefonicamente o tramite email rispondendo ai tuoi dubbi/quesiti).

FAR COMPILARE LA DICHIARAZIONE DAL NOSTRO CAAF, FACENDO PERVENIRE LA DOCUMENTAZIONE ALLA STRUTTURA FISAC (che provvederà all’inoltro al CAAF CGIL).

     Il servizio sarà COMPLETAMENTE GRATUITO per gli iscritti (e per i coniugi   fiscalmente a carico), per i coniugi / conviventi (non a carico fiscale) verrà richiesta una piccola tariffa pari a 15,00 euro.

La documentazione potrà essere consegnata al sindacalista di riferimento, oppure inviata direttamente via mail all’indirizzo 730fisac@gmail.com.

In allegato trovi il riepilogo da compilare, contenente l’elenco dei documenti necessari.

Qualunque sia la modalità di invio, la documentazione dovrà pervenire inderogabilmente entro e non oltre venerdì 20 maggio 2016.

 

 FISSARE UN APPUNTAMENTO DIRETTAMENTE PRESSO LA SEDE CAAF CGIL a te più comoda.

Il servizio sarà COMPLETAMENTE GRATUITO per gli iscritti (e per i coniugi fiscalmente a carico), per i coniugi / conviventi (non a carico fiscale) verrà richiesta una piccola tariffa pari a 15,00 euro.

Per fissare l’appuntamento puoi scegliere di:

telefonare ad una delle sedi caaf a te più comoda (fai click qui per vedere gli indirizzi ed i numeri di telefono sedi caaf);

effettuare la prenotazione on line: con pochissimi passaggi, accedendo al sito del caaf hai la possibilità di prenotare scegliendo sede, data,  orario, etc. per procedere con la prenotazione fai click qui appuntamento. Nel giro di qualche ora verrai contattato via mail dal caaf per la conferma dell’appuntamento.

In allegato trovi il riepilogo dei documenti necessari per lo svolgimento della pratica.

NB: ricorda di portare la delega e il relativo modulo privacy debitamente compilati e sottoscritti.

 

DIPARTIMENTO FISCALE FISAC CGIL TORINO