Vivian Maier era una bambinaia, nacque a New York nel 1926 da genitori europei (il padre era austriaco e la madre francese) e lavorò presso le ricche famiglie di New York e Chicago a partire dagli anni 50 fino agli anni 90, quando andò in pensione.

Dopo una vita di lavoro, gli ultimi anni della sua esistenza li passò da sola e in povertà, tanto che si trovò costretta a dover vendere il suo tesoro accumulato in tanti anni, per poter sopravvivere.

Il suo tesoro era costituito da migliaia di rullini di foto scattate per strada, lungo tutta la sua vita vissuta da invisibile. Vivian passava la domenica o il giorno libero andando in giro, con la sua macchina fotografica al collo, immortalando ogni angolo delle città in cui viveva: amava fotografare i volti, specie quelli delle persone ai margini, nei quartieri periferici, i bambini, ma anche oggetti lasciati per strada.

Era una grande artista Vivian, tanto che oggi viene considerata una delle massime esponenti della cosiddetta street photography, le sue opere sono ospitate in mostre in tutto il mondo (ora a Torino presso le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino è in corso la bellissima mostra Inedita), ma fu solo per caso che la sua opera è arrivata ad essere conosciuta ed apprezzata.

La sua vita può essere paragonata a quella della poetessa statunitense Emlily Dickinson, che scrisse le sue poesie senza mai pubblicarle e, anzi, a volte nascondendole in posti impensati, dove furono ritrovate solamente dopo la sua morte.

Quanto piacerebbe ai tantissimi (troppi) uomini politici che tutte le donne scegliessero la strada dell’invisibilità percorsa da Vivian Maier e Emily Dickinson!

Ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione con la vicenda che ha portato alla rielezione di Sergio Mattarella come Presidente della Repubblica.

D’altronde in un Paese che non valorizza le donne, dove anche le poche donne al comando sono pagate meno degli uomini, che ancora considera le donne come unico punto di riferimento per la cura dei figli e degli anziani, che non riesce a fare nulla per fermare chi le ammazza per gelosia e possesso, è difficile pensare ad una donna Presidente della Repubblica.

La retorica sulle parità tra uomo e donna abbonda nei discorsi dei politici, fino a diventare stucchevole: viene detto che le donne sono più brave, più innovative, meno corrotte, ma dalle parole non si passa mai ai fatti.

È almeno da trent’anni che ogni volta che un nome femminile viene fatto, in occasione dell’elezione della massima carica della nostra Repubblica, viene velocemente e puntualmente abbandonato e dimenticato.

La prima a cui toccò questa sorte fu Nilde Iotti nel 1992: raccolse 256 voti, troppo pochi per andare al Quirinale, ma abbastanza numerosi per far ben sperare che quella potesse essere la prima volta per avere una donna al Quirinale.

Nilde Iotti, madre costituente, Presidente della Camera per 3 legislature (fu la prima donna nell’Italia Repubblicana a ricoprire la terza carica dello Stato per ben 13 anni, rimanendo in carica per il periodo più lungo in assoluto fino ad ora), aveva consensi molto ampi, grazie alla sua grande capacità di dialogo, ma soprattutto grazie al suo coraggio.

Al sedicesimo scrutinio venne però eletto Oscar Luigi Scalfaro.

Sempre nel 1992 Tina Anselmi fu candidata alla presidenza della Repubblica in una campagna lanciata dal settimanale Cuore ed appoggiata dalla Rete di Leoluca Orlando.

Tina Anselmi partigiana cattolica fu la prima donna a diventare Ministra nel 1976 come Ministra del Lavoro, nel 1978 divenne Ministra della Sanità contribuendo a far approvare tre leggi che rivoluzionarono la sanità italiana: la legge 180 per la riforma dell’assistenza psichiatrica, la legge che istitutiva il Servizio Sanitario Nazionale e la legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza, che pur con le perplessità di una donna cattolica firmò senza esitazioni dimostrando un profondo senso dello Stato ed una laicità che pochi uomini hanno dimostrato di avere. Senza dimenticare il grande lavoro e la dirittura morale che dimostrò quando le venne affidata (da Nilde Iotti) la Presidenza della commissione d’inchiesta sulla P2.

Ma neanche lei riuscì a diventare Presidente della Repubblica neanche nel 2006 quando nuovamente venne fatto il suo nome.

Che dire poi della campagna “Emma for President” del 1999 che lanciò Emma Bonino? Leader radicale con caratura internazionale ed una storia di battaglie per i diritti civili, all’epoca commissaria UE, ci fu una mobilitazione dell’opinione pubblica e sondaggi in ascesa, ma anche in quell’occasione venne preferito un uomo. Il nome di Bonino non è mai mancato, salvo essere escluso nel momento clou.

Stessa sorte per Angela Finocchiaro nel 2013: ex magistrata, giurista, ex ministra il suo nome fu semplicemente accantonato. Eppure, come lei stessa si sfogò, un uomo con il suo stesso curriculum sarebbe stato preso davvero in considerazione.

Questa volta i nomi delle candidate donne sono state numerose (Elisabetta Belloni, Marta Cartabia, Elisabetta Casellati, Letizia Moratti, Rosy Bindi), ma il copione è sempre lo stesso: donne sbandierate e dimenticate, finta e stucchevole sensibilità verso le donne da parte di uomini che ergono una barriera impenetrabile quando si parla del potere.

Quante volte, anche in questa occasione, abbiamo sentito la frase: Non basta che sia donna! Tra gli argomenti più gettonati contro l’idea di una donna alla massima carica dello Stato c’è quello per cui non ci sarebbero donne con esperienza di potere, considerate “marginali” e non sottoposte alla più forte selezione che toccherebbe ai maschi.

A parte che, come abbiamo ricordato poco fa, la storia dimostra come le candidate che nel tempo sono state nominate erano molto qualificate (in molti casi più qualificate degli uomini), ma quali sono i criteri con cui avviene la selezione?

Dignità, competenza e passione civile sembrano essere parametri maggiormente utilizzati per la valutazione delle candidature femminili, per poi scoprire come anche in politica vi sia il meccanismo cognitivo secondo cui valutiamo distintamente le stesse azioni in base al genere.

La donna candidata deve essere non solo la più brava, ma anche la più preparata, indiscutibile, indistruttibile.

La stessa austerità non viene però applicata agli uomini (nessuno ha messo in discussioni le competenze di Berlusconi o Casini nel ricoprire il ruolo di Presidente della Repubblica) e ne è conseguenza diretta lo stupore con cui viene accolta qualsiasi candidatura femminile a cariche di rilievo.

Le donne sono brave per tutti i campi, le pacche sulle spalle non mancano mai, purché non si ambisca ad arrivare a ruoli di potere e purché non emergano troppo.

Se poi si dimostrano troppo autonome e libere vengono subito retrocesse a causa del carattere, molte volte parte la denigrazione a causa dell’aspetto fisico, per il modo in cui si vestono, per poi arrivare a delle vere e proprie campagne di odio per fermarle (basti pensare alla campagna di odio contro Cecile Kyenge quando era ministra o contro Laura Boldrini ex presidente della Camera).

In Italia, al netto delle solite inutili buone intenzioni i principali partiti sono guidati da uomini, con l’unica eccezione di Giorgia Meloni, a capo di un partito di estrema destra. Così come sono di destra le due candidate conservatrici alle prossime elezioni presidenziali francesi che potrebbero sfidare al ballottaggio Macron: Marine Le Pen del Rassemblement National e Valérie Pécresse del Partito Repubblicano, che nel corso degli ultimi tempi ha adottato toni sempre più estremi nonostante si sia presentata come candidata moderata.

Anche Angela Merkel e Margaret Thacher, due tra le donne più influenti della politica mondiale, guidavano partiti conservatori.

Vedendo anche le tre più importanti cariche dell’Unione Europea (la Presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola, la numero uno della Banca Centrale Christine Lagarde e la Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen) sembrerebbe che per le donne è possibile ricoprire ruoli apicali in materia politica ed economica a condizione che siano delle donne conservatrici.

Ne è la prova la mancanza di donne leader progressiste, delle poche donne a ricoprire incarichi di rilievo nei partiti di sinistra.

Per le donne il potere è ancora una partita difficile da combattere e non stupisce che molte rinuncino.

Ma anche chi ha raggiunto incarichi importanti, spesso l’umiliazione è dietro l’angolo: Ursula Von Der Leyen ha subito più di uno sgarbo istituzionale: durante un vertice internazionale il Ministro degli esteri ugandese l’ha ignorata ed è andato a stringere la mano solo agli uomini presenti, ovvero il Presidente Francese Macron ed il Presidente della Commissione Europea Charles Michel, quest’ultimo presente anche quando il Presidente turco Erdogan inivtò lui a sedersi al suo fianco, costringendo Von Der Leyen (che ricopre un incarico più importante rispetto a quello di Michel) a sedersi su un divano più distante.

Conservatrici o progressiste, per le donne che ambiscono ad incarichi di rilievo si trova sempre un uomo che crederà di essere superiore in virtù del suo genere.

Per fortuna sempre più persone hanno gli strumenti per capire come questi gesti non siano altro che l’espressione di sessismo e patriarcato.

Concludiamo con le parole di Emma Bonino: “Voglio solo sperare che tutto questo dibattito sul “Presidente Donna” serva a motivare e a convincere le ragazze e le donne italiane ad impegnarsi in politica. Fatelo per le idee che avete, fatelo per lottare per quello in cui credete, fatelo non perché donne ma affinché a nessuna donna possa mai più essere detto di non poterlo fare”

COORDINAMENTO DONNE FISAC CGIL PIEMONTE

 

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