LAVORARE SENZA PAURA

                                                                                      Tra qualche giorno sarà il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema. 

Le Nazioni Unite definisco la violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza contro le donne che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali, psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione e la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”.

 Purtroppo anche quest’anno i dati italiani riguardanti la violenza contro le donne sono allarmanti:

 ogni 60 ore una donna viene uccisa.

 Nonostante i proclami del Ministro degli Interni, l’emergenza sicurezza nel nostro Paese non è rappresentata dai furti e rapine perpetrati dagli stranieri, reati in netta e costante diminuzione negli ultimi anni su tutto il territorio nazionale (nell’ultimo anno gli omicidi sono scesi del 14%, i furti del 9%, le rapine dell’11%, delitti in costante calo negli ultimi 5 anni).  

     La vera emergenza sono gli oltre 130 femminicidi che ogni anno si consumano nei contesti familiari ad opera di mariti, partner, ex.

 Questo dato spaventoso è lo specchio di un Paese in cui essere donna comporta un rischio altissimo, soprattutto nel contesto familiare che dovrebbe essere il luogo più protettivo e sicuro.

 Non sarebbe ora di dare la priorità alle donne cercando di estirpare una cultura maschilista che spinge ancora un italiano su sei ad attribuire alla vittima la responsabilità della violenza subita (sia essa fisica, sessuale, psicologica), a superare la logica del possesso che porta il 90% delle donne uccise, a morire per mano del proprio compagno?

 Ciò che è certo è che il crimine è in calo, mentre la violenza di genere, in proporzione, aumenta.

 Mentre quasi quotidianamente si rilanciano notizie di stupri perpetrati da stranieri, ci si dimentica che oltre l’80% dei casi di violenza sessuale è commessa da un italiano, e che oltre 6 volte su 10 è il partner o l’ex partner a commettere questa violenza.

Di che provenienza è chi ha ucciso donne del 2017:

Se nella vita privata, la condizione delle donne in Italia non è buona, anche nel mondo del lavoro la situazione è tutt’altro che confortante: secondo i dati Istat l’ambiente di lavoro continua ad essere il posto in cui si ricevono ricatti, apprezzamenti pesanti, molestie sessuali.

 Secondo questi dati sono quasi 9 milioni (8 milioni e 816 mila) le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale sul lavoro, 3 milioni e 118 mila delle quali negli ultimi 3 anni.

Ma non basta: secondo l’Istat 1 milione e 173 mila donne sono state vittima di ricatti sessuali sul luogo di lavoro per essere assunte, per mantenere il posto di lavoro o per ottenere progressioni nella carriera.

 La grande maggioranza delle vittime (69,6%) ritiene molto, o abbastanza grave il ricatto subito, ma nonostante questo nell’80,9% dei casi le vittime non ne hanno parlato con nessuno sul posto di lavoro.

Quasi nessuna, inoltre, ha denunciato quanto accaduto alle forze dell’ordine.

I motivi per i quali le vittime di molestie non denunciano sono molteplici: non solo per sfiducia, ma anche per paura di essere giudicate e, non di rado, per paura delle conseguenze dell’atto di denuncia. Si ha paura non soltanto per le conseguenze che il molestatore (frequentemente il datore di lavoro o un superiore) può agire (licenziamento, trasferimento, mobbing), ma molto spesso anche delle reazioni del proprio partner quando viene a conoscenza delle molestie. Il timore delle reazioni del partner può essere duplice: paura che il proprio compagno abbia reazioni violente nei confronti del molestatore, ma anche del giudizio negativo nei confronti della donna (“cosa hai fatto per provocarlo?”).

 Nella nostra attività di sindacaliste, nel territorio piemontese, ci è capitato di venire a conoscenza di diversi casi di molestie nel lavoro:

Anna (nome di fantasia) è una dipendente di una banca di piccole dimensioni, dopo aver girato per parecchie agenzie, è finalmente riuscita ad ottenere il trasferimento vicino a casa.

Qualche tempo fa è stata convocata dal Capo Area per un colloquio, al quale era presente anche il suo Direttore di Agenzia. Dopo aver parlato della situazione lavorativa, il Capo Area le ha fatto una pesante avance sessuale: se non si fosse concessa, l’avrebbe fatta trasferire.

Incredula di ciò che aveva sentito, con il suo diretto superiore presente che nulla ha trovato da eccepire, Anna è ritornata a casa. Quella notte non ha dormito: ovviamente non avrebbe mai accettato questo ricatto, ma non sapeva come reagire: con chi si poteva confidare? Come l’avrebbero giudicata i colleghi? Che reazione avrebbe avuto suo marito?

Anna ha deciso di parlare con noi, ma di non denunciare l’accaduto con l’azienda.

Rispettando la volontà di Anna nel rimanere anonima, il sindacato è intervenuto in quell’azienda. Anna non è stata trasferita, non ha mai raccontato nulla a suo marito.

 Barbara (nome di fantasia) lavora da 15 anni presso un’Agenzia di Assicurazione dove sono presenti altre 6 dipendenti, tutte donne. Il suo capo è il suo datore di lavoro e, negli ultimi tempi, gli atteggiamenti sono diventati pericolosamente aggressivi: “Ho sempre lavorato con attenzione, ma ho fatto un errore. Può capitare a tutti di sbagliare, soprattutto quando i carichi di lavoro sono impegnativi. Non appena mi sono accorta dell’errore che avevo commesso, mi sono rivolta al mio capo, per avvisarlo, ma anche per trovare una soluzione. La sua reazione mi ha spaventata: oltre a gridare che ero un’incapace, ha dato un vigoroso pugno ad un’anta di un armadio, lasciando un segno evidente.

La prossima volta il pugno non lo do all’armadio ma alla tua faccia! Mi ha gridato queste parole guardandomi negli occhi, sicuro che non ci sarebbero state conseguenze: lui è il mio datore di lavoro, se mi lamento mi licenzia ed io dove trovo un altro posto? Sono separata ed ho due bambini, non mi posso permettere di rimanere a casa”

 Paola (altro nome di fantasia) lavora per un importante gruppo bancario e si occupa di consulenza finanziaria. “Ad onor del vero, non ho mai subito violenze o molestie sessuali da parte di miei colleghi o superiori. E’ vero però che di battute a sfondo sessuale ne ho ricevute, ma, sebbene mi abbiano sempre infastidita, non ho sentito la necessità di segnalare la cosa.

Il disagio che provo è un altro: oltre alle continue pressioni commerciali (sempre più pressanti) che ormai quotidianamente ci opprimono facendoci sentire molto spesso inadeguati, è da tempo che dobbiamo affrontare e contenere aggressioni verbali, a volte minacce di violenze  fisiche da parte di clienti insoddisfatti. E’ vero che c’è stato un imbruttimento generale nei rapporti umani nel nostro Paese, ma questi atteggiamenti violenti ed intimidatori sono più marcati contro le donne: mi è successo di dover comunicare che un prestito non fosse stato accettato: Puttana, non capisci niente, ti aspetto fuori e ti faccio la festa , torna a casa a fare la calza mi ha urlato il cliente, ed ha continuato ad inveire con epiteti simili fino a quando è intervenuto in mia difesa un collega maschio. Il cliente è stato accompagnato fuori, si è calmato e si è scusato con il mio collega, non con me!

Non voglio avere un uomo che mi faccia da guardia del corpo, ho diritto ad essere rispettata!”

 

 Se sei vittima di molestie sul lavoro, se sei testimone di episodi di violenza o molestia, non tenerti tutto dentro, contattaci, raccontaci cosa hai vissuto o cosa hai visto.

 Cercare di rompere il muro della paura, uscire dall’isolamento del silenzio significa rivendicare il diritto ad un lavoro dignitoso. Non è semplice, lo sappiamo molto bene.

 I preoccupanti dati che dicono che le vittime di molestie sul posto di lavoro non si confidano con nessuno hanno portato i Sindacati Confederali in Piemonte ad interrogarsi sul ruolo che i sindacalisti e le sindacaliste devono avere per sostenere tutti coloro che subiscono questa forma di violenza.

 Per questo motivo è iniziato un percorso formativo “Antenne sindacali contro la violenza di genere nei luoghi di lavoro” che coinvolge rappresentanti sindacali e RLS (Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), il cui scopo è dare strumenti utili per sconfiggere l’omertà, la sottovalutazione del problema e dare strumenti per affrontare queste tematiche.

 La Regione Piemonte, attraverso la Commissione Regionale Pari Opportunità e alla Consigliera di parità regionale, collabora a questo progetto.

 L’obiettivo è quello di far riconoscere gli abusi, fare in modo che questo tipo di violenze sia considerato alla stessa stregua degli altri fattori di rischio nel lavoro, avere delegati e delegate preparate anche in questa materia.

 L’obiettivo è ambizioso perché si deve lavorare per cambiare questa mentalità, combattere il senso di colpa e di vergogna che ancora troppo spesso avvolge chi subisce violenza.

 

COORDINAMENTO DONNE FISAC CGIL PIEMONTE

 

 

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